ATLETICA – CRAL BPB @ New York City Marathon – “memorie newyorkesi atto II”

Proseguiamo con il racconto di GP!

Non è semplice trasmettere le sensazioni e le emozioni provate domenica 4 Novembre 2018 quando, dopo mesi di faticosi allenamenti, o presunti tali visto il mediocre risultato cronometrico, ti trovi improvvisamente catapultato in una realtà fatta di suoni, di colori e di centinaia di migliaia di persone entusiaste che gridano a gran voce il tuo nome stampato sulla maglietta a caratteri cubitali sostenendoti per tutti i 42.195 metri che separano il ponte di Verrazzano dall’arrivo in Central Park.

E così, d’incanto, ognuno degli oltre 50.000 partecipanti alla grande festa americana si sente un campione e realizza dentro di se di aver compiuto comunque una grande impresa quando oltrepassa la fatidica linea del traguardo immerso negli splendidi colori autunnali che la natura regala in Central Park.

Poi piano piano torni alla normalità e ricominci con le tapasciate domenicali in provincia affrontate però con la gioia e la consapevolezza di aver vissuto un’avventura indimenticabile.

Un grazie doveroso agli amici e colleghi del Cral che hanno reso possibile tutto ciò!

 

Le “stringhe” di Marcello Fornari…

IL PONTE DI VERRAZZANO

Appena aperto il Corral, ci dirigiamo tutti verso il punto di partenza sul ponte di Verrazzano che unisce Staten Island a Brooklyn. Ci siamo. Wave numero due, colore pettorale Orange, Corral A. E’ la prima maratona per me. Tra poco si parte e ancora sento le scarpe troppo strette. Mi fermo e le riallaccio, più morbide.

Il punto di partenza si avvicina e mi accorgo che coincide con un punto di arrivo. Mesi fa la decisione, spinto e sostenuto da una splendida moglie e sotto lo sguardo incredulo dei miei figli, di partecipare alla mia prima maratona. Avvicinadomi all’evento motivazione e determinazione crescenti mi hanno fatto svegliare sempre più presto alla mattina per i ‘lunghi’ necessari per affrontare la sfida. Qualche anno fa un traguardo del genere non trovava posto neppure nei miei pensieri più ambiziosi, ma adesso mi trovo qui. Un’altra volta queste scarpe! Le sento troppo lasche. Cerco spazio tra i runner che camminano verso la partenza, mi abbasso e di nuovo slaccio e allaccio.

Nei mesi di preparazione ho avuto molti momenti critici. Il periodo del male al ginocchio. Il periodo della stanchezza cronica. Il periodo in cui gli impegni mi hanno impedito di svolgere gli allenamenti ‘da tabella’. Il periodo in cui pensavo che non ce l’avrei mai fatta. Il periodo della fascite plantare. A già le scarpe, maledette scarpe. Quella sinistra è troppo stretta, immagino già che se non la sistemo al trentesimo chilometro mi farà male il piede. Mi abbasso e riallaccio. Già che ci sono, aggiusto anche la destra.

Mentre ormai siamo tutti ammassati e compatti, pronti per il via, ricomincio a pensare. Ma quanto sono dovuto andare lontano da casa per partecipare alla mia prima maratona? Avrò fatto la scelta giusta? Forse era meglio prepararne una più vicina, senza un viaggio così lungo, senza jet lag… senza troppe aspettative. Mi sarò allenato abbastanza? Ho dormito a sufficienza? E l’alimentazione? Forse ho sgarrato troppe volte ed ora sto per pagarne il conto. Di nuovo, questa allacciatura proprio non va: troppo stretta sul collo del piede e troppo aperta sul dorso. Mi accuccio ancora una volta e sistemo.

Tant’è, sono qui. Mi rendo conto che adesso, ad un minuto dallo sparo, sono solo quello che sono. Tutte le ore di allenamento, tutti i pasti consumati e le ore di sonno, tutto concentrato qui ed ora dentro di me. Devo solo correre e lasciarmi andare. Non c’è possibilità di modificare quel che ho fatto, sono qui, adesso, io. Ma accidenti, le scarpe forse sono ancora troppo strette… BANG. Non conta più neanche quello, è iniziata. Si corre, si corre e basta.

Superato il ponte di Verrazzano, inizia uno spettacolo per me inaspettato. Una folla di persone ci attende. Osservano, urlano e incitano ogni singolo runner. E’ iniziato un film. Un film dove ogni singolo runner si sente davvero protagonista. Un film da godere fino in fondo, qualunque sia il finale. E’ stata la prima maratona, adesso sono certo che non sarà l’ultima.

 

Il nostro top runner Marco Albini ricorda…

Completarla sotto le 3 ore… Questo era il mio sogno non appena ho deciso di partecipare alla TCS New York City Marathon 2018. In mezzo un anno focalizzato solo su questa gara, 2800 KM percorsi in preparazione e la speranza di essere al meglio alla partenza. Il meteo ci dona una giornata splendida, le tre ore di attesa volano. Il colpo di cannone e le note di “New York, New York” decretano il via dal ponte di Verrazzano. I 42 KM sono un’emozione unica, indescrivibile, solo correndola si capisce il motivo perché New York detiene il titolo di maratona più famosa e ambita al mondo. Il pubblico ti accompagna e ti incita durante tutto il percorso, dalla più scorrevole Brooklyn, passando per il Queens, attraversando il Queensboro bridge in direzione Manhattan imboccando la 1st Avenue (il punto più affascinante), dove si è accolti da due ali di folla e iniziano i terribili sali-scendi, il punto più difficile nel Bronx e gli ultimi chilometri in Central Park trasformato per l’occasione in uno stadio. Il percorso è duro, soprattutto nella seconda parte, ma regala emozioni uniche. Il tempo di 2h 58m 4s (977° assoluto, 49° italiano) permette di realizzare il mio sogno e indossare la medaglia di finisher (esibirla dopo la gara è d’obbligo… ricordatevi). Fantasia quando solo meno di un paio d’anni fa’ sono stato “spinto” a gareggiare per la prima volta sulla distanza “regina”. Un enorme ringraziamento va a tutti coloro che hanno condiviso con me questa avventura e a tutti coloro che hanno organizzato la trasferta.

 

 

Largo alla giovane del gruppo Martina Peron…

NEW YORK “DI CORSA”

23 anni spesi a vivere nei film, sognando di mettere piede sul suolo americano e finalmente ci siamo: mio papà, il Grande Puffo, decide per la seconda volta di correre la maratona di New York e mi invita ad accompagnarlo.

La sua non piccola condizione: “se vuoi venire devi correre anche tu”. Dunque, cosa fare? Rinunciare al sogno dell’America o spararmi 42 kilometri a piedi senza mai fermarmi e senza un minimo di preparazione atletica? Scelta dura così come la mia testa; “papà, prenota i biglietti!”.

Con un anno di tempo prima della partenza, anni e anni di studio della lingua inglese, un piano di allenamento costruito appositamente per me e un personal trainer come mio papà, sono andata a correre 4 volte, per un totale di 2 ore e 6 kilometri. Pronta e preparata, si parte.

Eccoci catapultati nella Grande Mela, o meglio, in uno di quei film ambientati a New York dove ogni cosa è esattamente come la si immagina: i taxi sono tutti gialli e vengono fermati lanciandosi in strada con il braccio alzato, i grattacieli imponenti vegliano sulla città, le macchine sono tutte carri armati e dai tombini esce davvero il vapore della metro!

 

 

 

 

 

 

 

 

Passeggiando per Manhattan mi sono sentita piccola come un’uvetta nel panettone. Non avrei mai immaginato di provare le sensazioni che ho provato di fronte alla grandezza di quei palazzi che mi piace pensare come le moderne cattedrali del lavoro. New York è un grande fiume di persone e culture dove tutti vanno e vengono, nessuno si ferma mai, nemmeno le foglie di questo autunno che piovono e si riversano sulle strade ancora addobbate per Halloween. I colori accesi e caldi della natura si fondono magnificamente con il grigiore dei palazzi creando l’atmosfera giusta per la mezza stagione perfetta in cui esci di casa al mattino e ti senti un Polaretto e ora di mezzogiorno è quasi Maldive. Questo meteo un po’ indeciso, per lo meno, ci ha permesso di alternare gite a musei come il Moma piuttosto che il museo di Storia Naturale con, oltre alla maratona di domenica, altre mezze maratone turistiche in giro per la città passando dal ponte di Brooklyn, al quartiere di Wall Street, fermandoci a Time Square e attraversando Central Park per poi ritrovarci su Ellis Island.

 

 

 

 

 

 

New York è stupenda, non c’è che dire, però non dimentichiamoci la piccola condizione che mi ha portata lì: la MARATONA.

Ovviamente partivo carica e sicura dei miei 4 allenamenti fatti durante l’anno, tanto che la mia folle idea di voler partecipare ad una maratona senza la benché minima preparazione atletica, ha dato il via in famiglia ad un giro di scommesse clandestine sui metri che avrei percorso prima di ritirarmi e salire sul primo taxi. Fortunatamente non è andata così.

 

 

Inutile dire che ho corso veramente poco e molto piano, per lo più ho camminato, ma alla fine, dopo 7 ore, 24 minuti e 58 secondi passati a camminare ininterrottamente guardandomi intorno e godendomi il paesaggio, anche io ho varcato la soglia del finish, meritandomi la mia agognata medaglia.

Partecipare alla maratona di New York vuol dire partecipare all’unico evento per il quale per un giorno intero vengono chiuse al traffico molte delle strade di New York. Al contempo è anche uno degli eventi più sentiti della città dove succede una cosa strepitosa: le strade si svuotano di macchine e si riempiono di persone. C’è però da distinguere i due tipi di persone che affollano le strade; ci sono i corridori che, chiusi tra le transenne che delimitano il percorso, creano un fiume omogeneo di culture e storie provenienti da tutto il mondo il cui unico scopo è continuare a muoversi per raggiungere il traguardo e poi ci sono gli spettatori che, al di là delle transenne, si godono lo spettacolo. In effetti la maratona diventa un vero e proprio spettacolo da vedere e a cui partecipare in prima persona spronando i corridori. Personalmente non mi è mai capitato, neanche un secondo, di sentirmi sola nella mia impresa, non tanto perché sapevo che c’erano altri 52 199 partecipanti, ma proprio per il continuo incoraggiamento e supporto degli spettatori.

Se nelle 5 ore di attesa precedenti alla partenza, l’attenzione del pubblico era tutta incentrata su mio papà travestito e truccato da grande Puffo, durante la mia lunga passeggiata, l’attenzione era tutta per me e mi è piaciuto sentirmi come la Julia Roberts della situazione, alla prima di Notting Hill. La gente sente così tanto l’evento che in ogni singolo momento del percorso sono stata accompagnata da folle di spettatori adulanti che mi incitavano a non mollare, ad andare avanti e che anche ai primi 5 kilometri mi urlavano “Grande!! Continua così che ti manca poco!”. Tra concerti di gruppi sconosciuti organizzati ai lati delle strade, folle in adorazione, bambini che offrono caramelle e dolcetti per riprendere le forze, rapper che dedicano serenate inventate al momento, cori gospel fuori dalle chiese, offerte di birra da vecchietti sconosciuti, paesaggi autunnali, ponti tutti in salita, silenzi tombali nel quartiere Yiddish, la corsa diventa un vero e proprio spettacolo da vivere sia dentro che fuori dalle transenne.

Insomma, alla fine dopo viste mozzafiato e amicizie strette lungo il cammino, sono entrata a Central Park e ho dato il meglio di me correndo come una lepre gli ultimi 20 metri prima dell’arrivo per poi affrettarmi a ritirare la medaglia come ogni atleta che si rispetti.

Che dire? Nella mia testa c’era un coro di angeli che cantava l’alleluia per aver finalmente concluso questa tortura per piedi, gambe e schiena.

Comunque, dopo tutta la fatica fatta, mi sento di dire senza problemi che lo rifarei volentieri, tutto sommato.. Ovviamente parlo del viaggio a New York mentre la maratona la vivrei da spettatrice, forse.

 

 

Pensieri e parole di Massimo Arsuffi…

CORRERE OLTRE

Il cielo è limpido, il sole splende e riscalda dal freddo non troppo pungente. Il “meteo” oggi è decisamente benevolo con me ed i miei oltre 50.000 “amici” runners, provenienti da ogni dove. Ci siamo dati appuntamento di primo mattino a Staten Island, ai piedi dell’imponente ponte di Verrazzano: è il 4 di novembre del 2018 e tra pochi minuti parteciperemo alla maratona di New York!

Sarebbe riduttivo raccontare solo della maratona, di per sé solo l’ultima tappa di un lungo percorso che inizia già dal momento in cui si decide di iscriversi.

Mentre mi incammino verso il ponte per la partenza, in attesa del capitolo finale di questa “bella storia” e del suo epilogo, nella mia testa parte in automatico il “rewind” con “stop” a dicembre dell’anno scorso: in pochi istanti rivedo tutto il film!

E’ stato facile decidere di non farsi scappare l’occasione: soprattutto perché ho potuto tirar fuori un sogno dal cassetto. Il 22 dicembre 2017, con il versamento dell’acconto per la prenotazione del viaggio, “il dado è tratto”!

Poi un lungo periodo di “buio”. Nonostante io sia riuscito a non smettere mai di correre, dopo alcuni mesi di dolori e fastidi persistenti, a primavera inoltrata ho scoperto di avere un’anca a dir poco “sbilenca”, per niente predisposta al mio passatempo preferito. Sportivamente parlando mi è “un poco” caduto il mondo addosso. La rinuncia al “sogno americano” è stata davvero ad un passo!

Invece a fine giugno la doppia svolta. Due incontri provvidenziali hanno invertito del tutto la mia rotta.

Dapprima ho conosciuto Fulvio, un noto preparatore atletico toscano, che durante un training camp mi ha trasmesso tutta la sua passione per la corsa e mi ha convinto che, con la dovuta cautela e l’attenta cura del mio corpo, posso tentare di far convivere la mia anca malconcia con questo sport.

Poi, dopo pochi giorni, mi sono sottoposto ad una visita ortopedica del dottor Castelli. Nonostante l’evidente problema, nel suo referto ha scritto testualmente: «Vista la scarsa sintomatologia e la motivazione del paziente non rilevo indicazioni a trattamento chirurgico. Si consiglia attività regolare». La sua lungimiranza lo ha spinto al di là dell’inequivocabile sentenza già emessa da una semplice lastra. “Musica per le mie orecchie”!

E’ così che ansia, preoccupazione ed incertezza si sono magicamente trasformate in consapevolezza, convinzione ed energia. Il 9 di luglio, tra “le mille cose” della vita di tutti i giorni, è iniziata la mia lunga preparazione, fatta di oltre 850 km di strada percorsa, tanta concentrazione, costante applicazione e, soprattutto, di infinita voglia di “CORRERE OLTRE” qualsiasi ostacolo… Anche ad un imprevisto “crash test”: a due sole settimane dal grande appuntamento ho infatti “sfidato” l’asfalto, cadendo malamente. Chi è “più duro”? Ho “vinto” io… ai punti: di sutura! Ben tre! Oltre ad ammaccature varie: fortunatamente niente di compromettente. Giusto per non farsi mancare proprio niente.

Il tempo vola inesorabilmente… Ed eccomi qua, pronto a “mettere una bella ciliegina su questa fantastica torta”.

Il pensiero ora si sposta a chi mi è stato vicino in questa avventura.

Innanzitutto devo doverosamente ringraziare la mia famiglia, che mi ha pazientemente supportato e sopportato. Sì, perché ammettiamolo: un maratoneta durante la preparazione attraversa stati emotivi che vanno dall’esaltazione alla depressione e, soprattutto, cambia repentinamente umore in base all’andamento di ogni singolo allenamento e ad ogni minima variazione del proprio stato di forma fisica!

Batto idealmente una pacca sulla spalla di Antonio, che mi ha sapientemente guidato dettandomi i tempi ed i ritmi della preparazione: credo che abbiamo fatto un buon lavoro!

Menzione d’obbligo poi per il mio amico Leo che, in attesa di decidere “di quale maratona morire” (runner “fuori dagli schemi” lui: è più preparato di me, ma sta ancora riflettendo sulla location più adatta!), mi ha alleggerito tanti allenamenti, correndo spesso al mio fianco.

Sento infine molto vicini i miei amici “della corsa”, che mi garantiscono costante confronto e sostegno: Milena, Laura, Gio, Max, GianBa, Gian, Ale, Emilio e tanti altri… Me li immagino tutti lì, lungo il percorso tra la gente a far il tifo per me.

Una candida voce femminile libera nell’aria l’inno americano: io sottovoce evoco Mameli.

Mi accorgo che sto sorridendo: sono felice, sto molto bene. Un brivido mi corre lungo la schiena: sarà il primo di una lunga serie oggi, mi aspettano 42,195 km di emozioni forti.

Cerco di convincermi che è già una “vittoria” essere qui e che comunque andrà sarà un successo, ma so già che mi farò condizionare dal cronometro.

Sono pronto: “leggero, nel mio attuale vestito migliore”!

Race Number 18536, Green Wave 1, Corral F, Start Time 9:50 AM: Max c’è!

Colpo di cannone: stop ai pensieri, è ora di far andar le gambe…

E la maratona??? Passata la fatica e l’emozione, la definirei semplicemente “croce e delizia”.

Percorso tosto, che ha messo a dura prova i muscoli delle mie gambe. Dopo i primi 30 km davvero buoni per me, ho abbandonato al 35° km ogni velleità cronometrica a causa dei crampi: tuttavia, con piena soddisfazione, son comunque riuscito a correrla fino al traguardo in Central Park.

Solitamente di un quadro si ammira principalmente il dipinto: in questo caso la cornice fa la differenza. Sembra di correre in un set cinematografico e il costante incitamento della gente assiepata sul ciglio della strada è estremamente toccante: mi sono commosso a più riprese.

Dovuti e sinceri i complimenti per un’organizzazione perfetta.

“Pesante” la medaglia che ho ricevuto in quanto finisher: da custodire gelosamente e, a Dio piacendo, da mostrare orgogliosamente ai nipotini! Il 2018 resterà nei miei ricordi un anno speciale: quello della “mia” New York City Marathon…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The End!