ATLETICA – CRAL BPB @ New York City Marathon – “memorie newyorkesi atto I”

 

Il 4 novembre scorso un gruppo di nostri runners ha partecipato alla New York City Marathon. Evento di spicco e molto “sentito” nel panorama mondiale della corsa su strada, fa parte del circuito “world marathon major”, le sei maratone più importanti del mondo: Tokyo, Boston, Londra, Berlino, Chicago e appunto New York. Ovviamente molto partecipata (più di 50.000 iscritti quest’anno), si caratterizza principalmente per il calore ed il sentimento trasmesso dalla gente che assiste alla gara lungo tutto il percorso: per un giorno la “grande mela” si ferma per celebrare tutti i maratoneti, dal primo all’ultimo!

Con l’intento di condividere il racconto e le emozioni di questa esperienza, di seguito le “memorie” di alcuni protagonisti…

 

Alessandro Colletta dixit…

Evvai! Anche la mia terza Maratona di New York l’ho portata a termine! Non come avrei voluto, non nei tempi prefissati, ma sinceramente, a New York la prestazione conta veramente poco… La felicità, l’entusiasmo e la gioia che trasmette correre in questa meravigliosa città, superano di molto qualsiasi aspettativa di personal time.

Vedere, sentire, toccare quasi due milioni di spettatori che ti incitano e ti incoraggiano fa passare qualsiasi crisi in cui un runner possa incappare.

Per non parlare della pelle d’oca e dei brividi che all’arrivo, benché già vissuti nelle precedenti occasioni, sono  sempre inaspettati e ti lasciano un ricordo della corsa che nessun altra gara è in grado di dare.

Insomma, la New York City Marathon, non è stata solo all’altezza delle aspettative, ma le ha superate di molto e questo anche grazie alla passione e all’amicizia dei miei compagni di viaggio con cui ho vissuto questa trasferta americana.

Questa sarà quasi sicuramente la mia ultima corsa sulla distanza dei 42 km, l’ho promesso al mio umile “corpicino”, e sono troppo contento di aver concluso la mia avventura di maratoneta a New York!!! EUIUA!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le quattro sfere d’oro” di Ettore Riceputi…

Non so se l’avete visto, ma vorrei partire dal cartone animato “Inside out” per descrivere la mia esperienza a NY. Nel film ogni volta che un’emozione agisce, nasce un ricordo dall’aspetto di una piccola sfera del colore dell’emozione che lo ha prodotto. la maggior parte dei ricordi viene spedita poi nella memoria a lungo termine, mentre quelli più importanti (detti ricordi base di colore oro) rimangono attivi e contribuiscono a definire la personalità della protagonista. Da New York porto con me 4 sfere d’oro.

La prima sfera è “Quale è il tuo obiettivo?”. È la domanda che ho fatto ad Alessandro sul pullman che ci portava alla partenza della maratona, ed ho fatto mia la sua risposta “finirla ed essere in grado di visitare la città nei prossimi 4 giorni” ed aggiungo con tutta la mia famiglia. Al momento pensavo che la maratona fosse dura, ma non avevo considerato i restanti giorni, ci sono stati momenti in cui passeggiando verso Times Square non riuscivo a tenere il passo di Mariangela, Giorgia e Matteo.

La seconda sfera è “first&last”. È ciò che mi ha detto una signora 60enne newyorkese finisher, il giorno dopo la maratona in hotel. Era la sua prima maratona, aveva scelto NY, la sua città e prevedendo di non avere più energie per tornare a casa, aveva prenotato una stanza del Belleclaire. Escludendo il fatto che sono uomo, ho 48 anni e sono di Osio Sotto, tutto il resto potrebbe coincidere.

La terza sfera è “il consiglio 20+1, goditi la gara”. È l’articolo condiviso sul gruppo EUIUA che ho letto prima di partire e riletto al ritorno. Ho seguito per intero il suggerimento a parte fermarmi per una foto ed abbracciare i famigliari, che con un pizzico di crudeltà erano in gita alla Statua della Libertà. Credo anche che sia stata la scelta che ho fatto al 35esimo km, quando il mio corpo diceva che non ce la faceva più e la mente poteva dire: “non è vero continua cosi, soffri un po’!” oppure “ok va bene cosi rallenta e goditela!”. Ho chiuso in 03:56:05, camminando gli ultimi 200m ridendo e godendomi tutte le grida e gli applausi del pubblico.

La quarta sfera è “NY mi ha dato tanto, ma io gli ho dato tutto”. Magari fa sorridere, ma ad esempio la prima mattina in camera litigavamo tutti contro tutti su qualsiasi argomento, in particolare non sapevamo dove andare a fare colazione, uscendo arrabbiati dal hotel e dirigendoci verso uptown abbiamo incontrato un papà con il figlio nel passeggino, che ci ha detto: “avete l’aria di chi non sa dove andare”. Noi: ”Vorremmo fare colazione stiamo cercando Starbucks”, papà: “li all’angolo nella direzione opposta c’è un posto molto più buono”. Oppure, “ma come si acquista la metrocard” ed una ragazza comparsa all’improvviso subito ti mostra come si fa. In Italia si chiamerebbe provvidenza a NY è la città stessa che ti aiuta. Ora capisco come mai la maratona di NY sia tra quelle con la più alta percentuale di finisher, è la città che ti aiuta. Di contro in cambio NY vuole tutta la tua energia lo testimoniano le ore di sonno mie di Mariangela, Giorgia e Matteo nei giorni successivi al rientro.

 

La parola al veterano del gruppo Fabrizio Maroncelli…

NEW YORK NEW YORK

E’ stato tutto fantastico.

A iniziare dalla messa del sabato pomeriggio nella Cattedrale di New York sulla 5^ avenue in pieno centro. Chiesa grandissima, gremita; alla fine della messa Padre Bob chiama tutti i maratoneti presenti sull’altare dove ci benedice per la gara del giorno dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Che emozione. Lì ho capito veramente quanto era importante per New York la maratona del giorno dopo.

Passiamo al giorno della gara. Inizio male. Un minuto prima di uscire dalla camera dell’albergo – alle 5,30 di mattina ma 11,30 in Italia, il tomtom mi lascia – non sì è caricato… In due secondi penso un piano B ma il vecchio Garmin di riserva era scarico. Allora mi accordo velocemente con Regina (mia moglie) per caricare il Garmin e farmelo avere durante la maratona – impresa impossibile trovarla fra due milioni di persone. Il piano C prevede la corsa senza orologio cercando di godermi la gara guardandomi intorno il più possibile. Dopotutto è solo la corsa più importante della mia vita, sognata da tanti anni e costata mesi di allenamenti e sacrifici…

Le tre ore di attesa nella Staten Island si rivelano poi troppo poche. Troppo bello vedere e condividere l’attesa con tutta sta gente che si prepara, vestita nei modi più strani per ripararsi dal freddo che non c’era. Giornata di sole e temperatura ideale.

Finalmente si parte dal ponte di Verrazzano con New York New York di Frank Sinatra in sottofondo. Finito il ponte incomincia la vera emozione. Da Brooklyn al Queens, Manhattan, il Bronx e Central Park. 26,2 miglia di emozioni con la gente a sostenere e incitare, scandendo il mio nome scritto da Valeria – mia figlia – a casa sulla maglietta. Quel “Go Fabri” mi ha sostenuto per tutta la corsa.

Non sono riuscito a distinguere la voce di Regina che mi ha chiamato durante la corsa a South park per darmi l’orologio… Con tutta quella gente non mi sono accorto delle salite e delle difficoltà della gara fino al 30 km. Poi, all’inizio del mitico Queensboro bridge, prima di entrare a Manhattan, inizia la crisi. Le gambe non vanno più… ma come faccio a fermarmi con tutta sta gente che mi chiama e mi incita? E i figli e gli amici che mi seguono da casa, passo dopo passo, con internet? Stringo i denti perché si deve finire.

Ma mancano ancora 12 km. Mi fermo a uno dei tanti stop di assistenza dove mi trattano con il ghiaccio e mi arriva il diktat dal medico: “go and finish the race”.

Ce la faccio. Taglio il traguardo .

Medaglia e da quel momento sono un “finisher”… Tutto il resto non conta…

 

 

Impressioni americane di un anonimo praticante della maratona (clownesca)

A cura di Gianfranco Peron…

In un inizio di Novembre dell’A.D. 2018, New York, simbolo di una America Felix, come voluttuosa cornucopia ci ha attirati nella sua rete, ci ha catturato, non facendoci mai dormire per un’intera settimana (fuso a parte) proprio come chiedeva Frank Sinatra quando diceva: “Voglio svegliarmi in una città che non dorma mai”.

L’occasione? La maratona da correre veloce come veloci corrono i pensieri e le emozioni al ritrovarsi di nuovo al cospetto della Città della Grande Mela.

Quale luogo più adatto per correre una Maratona? Qui le persone vivono più velocemente che in qualsiasi altro posto, correndo in continuazione. Per prendere la metropolitana, per raggiungere l’ufficio, per prendere il caffè.

Quando entri in un locale per ordinare qualcosa i commessi sono spesso sorridenti e ti rivolgono un cordiale “How are you?” che all’inizio ti lusinga. Poi ti rendi conto che hanno detto lo stesso a quello prima di te e che lo diranno, esattamente allo stesso modo, a quello dopo. Rimarrai uno dei tanti avventori del locale senza un nome. Del resto hanno tutti sempre una tremenda fretta di ritirare il proprio beverone, chiuso in un bicchiere di cartone col coperchio di plastica e sgattaiolare via.

La percezione del Tempo a New York è peculiare; l’unità di tempo più breve dell’intero Universo è il Secondo di New York, che si definisce come il periodo che passa tra l’attimo in cui il semaforo diventa verde e quello in cui il tassista dietro di te suona il clacson.

La percezione dello spazio che ti circonda è altrettanto straordinaria. Se almeno una volta sei stato a New York, uscendo da un qualsiasi taxi in un qualsiasi quartiere hai avvertito che è probabilmente l’unica città che in realtà sembra migliore rispetto alle cartoline.

Ma New York non è sempre stata una delle tante mete per vecchi e nuovi viaggiatori intercontinentali.

New York è stata la Meta, il personale Sogno americano per milioni di migranti di fine ottocento inizi novecento. Stipati nelle stive della terza classe dei piroscafi inglesi e americani in cerca di un destino benevolo. In cerca della Libertà, dell’affrancamento dalla fame e dalla povertà.

 

 


12 o 13 giorni durava l’attraversamento dell’oceano dall’Italia e poi finalmente, rischiarata dal crepuscolo, una striscia di terra aveva fatto capolino, lentamente inghiottita da una cortina di nebbia scura … e poi … “non so come la vide, quando la nave offrì New York vicino: dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla… (Francesco Guccini)

L’arrivo a Ellis Island. L’eccitazione per la visione di un Mondo Nuovo salutati dalla Statua della Libertà lascia lentamente il posto a un dubbio orrendo che si fa strada tra i molti pensieri: chi poteva sapere con certezza se sarebbe stato ammesso in America, o piuttosto rispedito indietro come presenza indesiderata?

Gli emigranti come i moderni immigrati non sono sempre stati i benvenuti. La Storia ci insegna che l’accoglienza lascia presto il posto all’odio e alla violenza quando la crisi economica e morale morde le coscienze facendoci dimenticare di essere stati a nostra volta dei migranti da Terre, Fedi e Amori lontani.

New York quindi non è la città di chi ci è nato, ma soprattutto è la città di coloro che l’hanno desiderata, agognata, che hanno combattuto per farne parte, chi la immagina capitale dell’arte, della moda e del lusso dimentica che essa è stata la capitale dell’emigrazione, un grande esperimento di convivenza umana …

C’è una differenza fondamentale, troppo raramente messa in luce, tra il concetto di nazionalità negli Stati Uniti (vero e proprio paese d’immigrati) e quello di tradizione europea, legato alla territorialità, che rende le due realtà molto diverse e difficilmente equiparabili. Si potrebbe affermare che New York (dove si parlano 800 dialetti, quarantadue lingue, di cui una è l’inglese) non è mai stata una comunità, ma una società con le sue contraddizioni e disparità. Basta recarsi nel quartiere di Bushwick a Brooklyn e girare per le strade lasciandosi catturare dagli edifici di fabbriche e case abbandonate ricoperte di vere e proprie opere d’arte della Street Art e del graffitismo dove Il Collettivo degli artisti di Bushwick con l’Arte ha contribuito a riconsegnare il quartiere alla comunità facendolo rifiorire (anche economicamente).


Oppure recarsi nel Bronx (non a Harlem dei turisti) in occasione delle celebrazioni festive, nella chiesa battista di una comunità nera, una delle più povere di tutto New York, che dà vita, a uno spettacolo gospel grazie al quale si entra in contatto con un modo di concepire il divino completamente diverso da quello cui si è abituati.

 

 

 

È lì, tra i murales di Bushwick o tra le note dei cori gospel del Bronx, nella dignità di quelle persone, impegnate costantemente a rafforzare ciò che hanno conquistato nel tempo, che si capisce l’estrema lontananza da quella New York delle vette dei grattacieli di Manhattan: come in un film passano sotto gli occhi le diseguaglianze di una società opulenta, che ha tradito, almeno in parte, il suo sogno originario, salvando solamente le possibilità e non curandosi dei risultati.

Immersi nella New York degli ultimi, si pensa alla cascata all’interno della Trump Tower, al Rockefeller Center, alla Fifth Avenue di Colazione da Tiffany, alle costruzioni nei pressi del World Trade Center, paragonate alla fiera modestia di quei contesti, capaci di suscitare in noi forti emozioni che ci riconducono al chiaroscuro della realtà, quella vera.

Tra le realtà vere c’è la TCS NY Marathon che, tra i suoi oltre 52.000 partecipanti, ci ha visto al via presso il Ponte di Verrazzano a Staten Island. Vera e reale lo è davvero la NY City Marathon, tanto è grandiosa con i suoi oltre 12.000 volontari, con il suo milione di spettatori lungo il percorso, con i suoi pasta party che hanno distribuito migliaia di pasti.

Ma veniamo alla veloce cronaca sportiva di questa trasferta.

Siamo partiti dall’Italia il 2 novembre in 14 maratoneti tra gli oltre 3.100 italiani (gruppo straniero più numeroso) accompagnati da parenti e amici. Mia figlia Martina è con me. Il volo Emirates da Malpensa è ok.

L’arrivo a New York è sempre intrigante nonostante la stanchezza. Dopo i controlli di routine, taxi e albergo. Abbiamo la serata per un primo contatto con la città. L’indomani si va a ritirare il pettorale e poi tutti sulla cima del classico Empire State Building a rimirare lo splendido skyline.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenica 4 è il grande giorno! Tutti in piedi alle 4:30 e dopo un’ora ci si ritrova nella Hall pronti a prendere il bus che ci porterà alla partenza.


La partenza avviene in griglie separate con apertura dei cancelli in tempi diversi. I primi atleti partono alle 9:20 (Donne) e 9:50 (Uomini). Io parto con Martina nella quarta e ultima Wave alle ore 11! Last but not least!

Il tempo è splendido, la temperatura alla partenza è piacevolmente fresca, anche se più avanti si farà più calda.

Sia alla partenza, ma soprattutto in gara sono letteralmente travolto dall’entusiasmo del pubblico, attiro l’attenzione in qualità di unico partecipante ufficiale al Campionato Mondiale di Maratona dei Puffi. Sono costretto a rispondere ai numerosissimi incitamenti “personalizzati” del tipo “Go Papa Smurf go!” o “Give me five Papa Smurf!” e dopo già solo dopo alcune miglia braccia, spalle, orecchie, cervello risentono dolorosamente delle attenzioni ricevute e doverosamente ricambiate (non sapevo cosa significasse dare decine e decine di give me five in corsa sentendomi urlare addosso incitamenti a squarciagola per tutta la durata della maratona!).

Non so quale sia stata la maggior fatica per portare a termine la Maratona, se quella spesa per gestire l’affetto della gente o quella per gestire l’andatura.

Sta di fatto che alla fine della Maratona il Grande Puffo ci è arrivato e con grande gioia al di là del risultato cronometrico che non poteva essere granché, ma, per una volta tanto, chi se ne importa!

To be continued…